FAVARA FARM CULTURAL PARK

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I sette cortili di Favara (ora scuola, ora museo, ora albergo, ora cucina) dentro i meandri d’una casba nella piccola cittadina siciliana vicino ad Agrigento, piccoli palazzi di matrice araba che si trasformano in luoghi di cultura e d’innovazione.

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La piazza in cui un tempo si bivaccava senza far nulla oggi ospita alberghetti, pizzerie, bar e osterie. Il senso del progetto lento di Andrea Bartoli e di Florinda Saieva è quello di dare nuova vita a un territorio rassegnato alla marginalità. La dimostrazione che, se non tutto, molto si può fare attraverso la passione autentica e la bellezza.

Oggi, nel nostro Paese, è un momento in cui risulta molto importante chiudere l’insopportabile distonia tra conversazione sul futuro e mediocrità del presente. È un periodo in cui l’azione costante e determinata dei singoli e dei gruppi conta in modo significativo ed è l’unica cosa che valga davvero la pena di fare. La bellezza del fare, quale che sia il suo uso, ha sempre abitato i nostri territori: la straordinaria passione che i nostri artigiani e operai (le maestranze) hanno per i prodotti di qualità, l’arte come percorso di ricerca che affianca i prodotti e le attività umane e le costringe a volgere lo sguardo in alto sopra la dimensione ordinaria del quotidiano, lo spirito dell’accoglienza, tutte queste cose e il modo in cui si sono inseminate a vicenda sono l’essenza forte di una nuova modernità produttiva. Lasciamo la decrescita agli incubi e torniamo a parlare di fare.

Sono molti gli insegnamenti che vengono da Favara.
Quel che unisce molte delle nuove esperienze di riuso è il rifiuto della sussidiarietà. Parola brutta e vecchia “sussidiarietà” che sta ormai a dire non più la caratteristica di qualità degli enti intermedi, chiamati a esercitare le loro prerogative, ma – troppo spesso – la dipendenza dagli Enti Pubblici e dalle pubbliche elargizioni. Ora è venuto, nella crisi, il momento di fare di necessità virtù e di impostare il lavoro di questi nuovi centri come se fosse “un piano di produzione”. Il fatto che tutte queste realtà tentino la strada di un’offerta polivalente significa che provano a staccarsi dal metodo della elargizione pubblica per sviluppare strade diverse e innovative.

Lo stato dell’arte a Favara è questo: 1750 mq ristrutturati e dedicati alla cultura del contemporaneo, 2550 mq ancora da ristrutturare, 162 appuntamenti culturali in un anno e 100 creativi, italiani e stranieri, che hanno presentato le loro opere e le loro attività. A Favara design, formazione e arte del territorio si sono incontrati per costruire nuove narrazioni. E non è un caso che la piccola città dell’agrigentino sia entrata nelle mappe e nelle rotte dei creativi di tutto il mondo. Un tempo erano i favaresi che andavano ad Agrigento, ora sono gli abitanti della città che vengono a passare le sere e le domeniche a Favara.

L’Italia è un territorio dove l’economia della bellezza ha continuato ad abitare anche nei periodi di crisi o recessione, il tema di cui vogliamo occuparci come Fondazione è come darle “nuovi luoghi” e trovare nel mezzo del quotidiano nuovi percorsi e nuove storie che valga la pena di raccontare e che rappresentino elementi di attrazione per i viaggiatori colti e curiosi.
L’esempio di Favara è perfetto.

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Per maggiori informazioni: www.farmculturalpark.com.
Si ringrazia per le immagini Farm Cultural Park.

Giornalista professionista e sociologo, è tra i Fondatori di Italia Patria della Bellezza di cui ne apprezza particolarmente il ruolo economico e sociale finalizzato alla crescita del nostro Paese.

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