La bambina sotto il pianoforte. Intervista a Micaela Magiera

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Era una mattina di novembre, quando ho incontrato Micaela Magiera, l’autrice di “La bambina sotto il pianoforte”. Era diverso tempo che avevo il desiderio di parlare con lei e farmi raccontare ciò che si cela dietro alla realizzazione di un libro come il suo. Avevo diverse cose da chiederle, alcune più di altre, perché avendo io stessa letto il suo straordinario racconto, ero curiosa da lettrice di capire certi passaggi e sfumature che solo l’autore ti può rivelare.

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Chiacchierare con lei, mi ha fatto conoscere il punto di vista dell’essere figli d’arte e mi ha condotto parola dopo parola alla scoperta di una vita familiare che molto spesso si è intrecciata con la vita professionale. Un incontro, il nostro, che mi ha permesso di percorrere i tratti più intimi e personali di artisti di fama mondiale, ma che come tutte le persone comuni, si devono cimentare nell’altalena della vita.

“La bambina sotto il pianoforte” è un’opera letteraria che narra con profonda maestria la giovinezza e gli esordi di Mirella Freni, Leone Magiera e Luciano Pavarotti, tre figure di somma statura nella scena belcantistica e musicale del ‘900. Il libro accompagna il lettore con stile romanzesco, alla scoperta dei tre ritratti degli artisti che appaiono carichi di vita e di umanità e vengono proposti attraverso lo sguardo limpido e sincero della bambina di allora
L’intervista a Micaela Magiera è stata carica di emozioni e non avrei voluto finisse mai.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

La volontà di lasciare un ricordo di questi grandi personaggi. La motivazione immediata è arrivata quando ho visto mia mamma, in seguito ad un breve intervento, in un letto d’ospedale: lei che era sempre stata una combattente. In quel momento l’idea di scrivere, che già da tempo avevo in mente, si è fatta ancora più forte.
Mentre la motivazione più ragionata è stata quella di voler testimoniare il messaggio, soprattutto umano, che i miei protagonisti hanno lasciato. Credo infatti che la vita dei miei genitori e di Luciano Pavarotti possa essere un esempio per i giovani: il loro successo non è stato immediato, ma frutto di una lunga conquista e di grandi sacrifici. 
Da loro ho imparato che il successo, inteso non necessariamente come fama ma piuttosto come realizzazione personale, conquista dei propri obiettivi, richiede tanta passione, applicazione nello studio, tenacia ed il sostegno delle persone vicine; le sole doti innate non sono sufficienti.

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Dopo il successo di Bohème diretta dal Maestro Magiera, Luciano Pavarotti appoggia soddisfatto la mano sulla testa della piccola Micaela. Nella fotografia, da sinistra: Emilio Cuoghi, Luciano Pavarotti, Leone e Micaela Magiera, il baritono Carlo Gozzi e un amico.
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Negli anni '60 Mirella Freni e Gianna Galli si ritrovano sul palcoscenico della Scala con Mimì (Mirella) e Musetta (Gianna) nella Bohème di Puccini. Qui posano insieme ad alcune sarte e parrucchiere del Teatro. Accanto a Mirella, Micaela fa la comparsa.

Com’è stato ricostruire il percorso di vita dei tuoi genitori?

Non è stato per niente facile, ma immedesimarmi in loro mentre scrivevo mi ha aiutata a capirli meglio. È stato complicato soprattutto rimbalzare fra il racconto oggettivo, riportato dalla bambina di allora e la visione più critica della donna adulta di oggi. Ho risolto questa difficoltà inserendo appendici che chiudono ogni capitolo, nelle quali espongo le mie considerazioni.

Ti ricordi il giorno in cui tutto ha avuto inizio, quando hai iniziato a scrivere le prime parole?

Sì mi ricordo, è stato un momento molto preciso e netto. Avevo già messo in ordine cronologico tutte le lettere che i miei si erano scambiati dal 1950 (quando avevano 15 e 16 anni) fino al 1970. Sapevo che me ne sarei servita prima o poi, tuttavia non avevo mai tempo e forse non era ancora arrivato il momento giusto. A volte la vita è strana…ho iniziato a scrivere quando mi sono rotta un piede, evento che mi ha costretto a rimanere ferma sul divano e che mi ha dato il modo di trovare il tempo per dedicarmi completamente alla scrittura del libro. Ho impiegato circa un anno, poi le correzioni e la ricerca di un editore, che ho trovato in “Artestampa” di Modena. Volevo che il libro uscisse il 26 giugno, il giorno del compleanno di mio padre, e ci sono riuscita.

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Mi ha colpito piacevolmente l’immagine che hai scelto per la copertina, così come il titolo originale e carico di significato. Da dove nasce?

Il titolo è stata un’idea di mio padre. Io inizialmente volevo intitolarlo “Rua Del Muro 68”, la casa della famiglia Magiera, che accompagna tutta la storia: la narrazione inizia proprio in quella casa del centro storico di Modena dove mio padre abitava da bambino e finisce quando traslochiamo in un appartamento più moderno. 
“La bambina sotto il pianoforte” rispecchia i miei ricordi, di quando bambina giocavo sotto il pianoforte mentre i miei genitori e Luciano studiavano per ore e ore.

Leggendo il libro è evidente che non si tratta di una biografia, ma siamo di fronte ad un romanzo calato in un periodo storico italiano molto importante, la guerra, la sua fine, gli anni ’60 e ’70.

Ho voluto ricordare la realtà e le atmosfere di quegli anni: la devastazione della guerra, la ricostruzione, il boom economico. 
Solo inserendo le vite dei miei protagonisti nel contesto storico e familiare che hanno vissuto, si possono comprendere meglio i loro caratteri, le loro scelte e reazioni, immergendosi nella loro vita fiabesca, che ho avuto la fortuna di poter raccontare.

Quando sei arrivata all’ultimo capitolo, cosa hai provato?

Ho provato un senso di vuoto per un paio di settimane. Mi sono chiesta: “E adesso?”. Non sapevo che sorte sarebbe toccata al mio lavoro, se sarei riuscita a pubblicarlo, se sarebbe piaciuto… L’avevo fatto leggere ai miei figli e ad alcuni amici più cari e mi avevano dato un riscontro positivo, ma in fondo il testo era molto personale e non avevo idea di come sarebbe stato accolto dal mondo esterno.

Superato questo momento di incertezza e dubbio, sei giunta al traguardo con grande convinzione realizzando un’opera letteraria di spessore culturale e soprattutto umano. A chi l’hai voluta dedicare?

Alle generazioni future, ai giovani, perché spero possano attingerne qualche esempio; perché comprendano che si può ottenere veramente poco nella vita senza impegno, ma val sempre la pena di perseguire i propri sogni con passione e tenacia. Vedi, io ho scelto di raccontare gli anni del “non successo”, anni difficili, di cadute e delusioni, che però ti forgiano e ti preparano ad affrontare il futuro. Ho voluto poi porre nella giusta luce il ruolo di mio padre e di Adua, personaggi che sono rimasti un po’ più nell’ombra, ma di fatto sono stati una presenza fondamentale. Ho poi cercato di dare una spiegazione a quella strana coincidenza, per cui nella stessa piccola città e addirittura nella stessa stanza di studio (quella sala del piano di rua muro 68) sono nati due fra i più grandi cantanti lirici dell’ultimo secolo: senza quel grande vincolo d’amicizia che li legava e che ha permesso uno scambio continuo di idee ed esperienze, non credo che le loro carriere avrebbero avuto lo stesso percorso. Al di là dell’indiscusso valore professionale dei miei protagonisti, spero di essere riuscita a trasmettere l’eredità soprattutto dei fondamentali valori umani di cui sono portatori.

Ci sarà un seguito? Scriverai altri libri, visto il successo che stai riscuotendo?

Mi piace molto scrivere. Anche quando esercitavo la professione di avvocato mettevo una cura particolare nella redazione degli atti. Può darsi che questo sia un nuovo inizio per me, ho mille idee in testa, mi piace misurarmi con me stessa e vedere fin dove posso arrivare.

Tra i riconoscimenti ricevuti, Micaela Magiera ha vinto il premio della critica al concorso letterario “Milano International” ed è finalista al Premio Carver.

Dopo gli studi alla Scuola Interpreti e Traduttori di Bologna, Francesca consegue una seconda laurea all’Università di Modena. Una volta terminati gli anni accademici parte per Bruxelles per frequentare un master di specializzazione in comunicazione internazionale. Nel frattempo il lavoro di traduttore iniziato subito dopo la scuola di Bologna e protratto negli anni a seguire, la portano una volta rientrata in Italia, ad intraprendere una nuova esperienza lavorativa nell’ambito della comunicazione all’interno di aziende. La passione per le lingue straniere e per la scrittura trovano perfetta armonia nello storytelling, da cui nasce il blog www.ciaoemilia.com. Con l’attività di blogging, le collaborazioni editoriali si allargano anche all’estero in particolare negli Stati Uniti. Nel 2016 Francesca diventa giornalista pubblicista e continua la sua professione nel mondo della comunicazione. Scoprire luoghi lontani dalle rotte turistiche insieme al marito Flavio e fare lunghe passeggiate con il cane Vicky, sono gli hobby preferiti.