La contemporaneità dei Giochi Antichi, tra territorio, comunità e condivisione sociale

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Anche quest’anno le strade di Verona hanno accolto Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi di Strada che anima il centro storico della città veneta da ormai 16 anni: una bella occasione per riflettere sul senso dei giochi tradizionali oggi, all’epoca del web e dei videogiochi, e sul loro valore per il territorio e la comunità. Ne parliamo con Giuseppe Giacon, Vice Presidente dell’Associazione Giochi Antichi, ente ideatore e organizzatore del festival.

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Castells catalani, Tocatì 2015. Foto di Vanni Sartori

“L’Associazione Giochi Antichi è nata quasi per gioco da un gruppo di persone solito a trovarsi nel quartiere storico di Verona, La Carega, per condividere momenti di convivialità. – ci racconta Giuseppe Giacon, Vice Presidente dell’Associazione – Era la primavera del 2002 quando decidemmo che era il momento di mobilitarci per salvare dall’estinzione lo S-cianco (in Italia conosciuto come lippa*). Così, ci organizzammo per vederci una domenica a giocare in uno spazio di provincia. In quell’occasione capimmo subito che si trattava di un’esigenza condivisa: da 15 persone quali eravamo, ci ritrovammo in 100! Donne, uomini di diversa età ed estrazione ma con un unico desiderio: giocare alla lippa e, perché no, anche nel proprio quartiere. La domenica successiva ci organizzammo per trovare uno spazio più grande, in città, dove poter giocare: arrivarono in 8.000!
Si trattava davvero di un’esperienza contagiosa, dalla forza incredibile; così quell’inverno decidemmo di istituire un momento di festa, un festival dedicato ai giochi di strada, non solo alla lippa.”

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S-cianco. Campionato Veronese di S-cianco. Foto di Massimo Samaritani

Con quali obiettivi avete avviato questa iniziativa? Quali “regole del gioco” avete definito? 

Attraverso il nostro festival crediamo che il gioco possa diventare uno strumento, una leva in grado di mettere in atto una serie di riflessioni sul tema dello spazio pubblico, del territorio, della partecipazione e della conquista degli spazi sociali attraverso la dimensione del ludico.
Le nostre “regole” promuovono infatti l’idea del gioco come atto libero il più possibile slegato da dimensioni commerciali o agonistiche. Nel nostro campionato non si gioca in campi sportivi o parchi gioco ma i giocatori devono chiedere alla cittadinanza il permesso di chiudere una via o una piazza; non è possibile mostrare o far riferimento a nomi di sponsor; le squadre devono essere espressione del territorio e, come tale, il campionato è di genere misto. Infine, non esiste uno spazio gioco dalle dimensioni predefinite ma tutte le volte sono i giocatori a definire le caratteristiche del campo e a rivedere le regole in base al contesto. In ogni occasione, quindi, i giocatori si trovano a dover condividere un luogo, un tempo, delle regole: si tratta di un vero esercizio di educazione civica!

Fin da subito la vostra iniziativa ha avuto un buon riscontro di pubblico. Eppure, parlare di “Giochi Antichi o Tradizionali” potrebbe far sorgere qualche perplessità sulla loro reale necessità considerando che oggi per le nuove generazioni la dimensione ludica è legata perlopiù ai videogiochi. Qual è quindi il senso di questi giochi ora, all’epoca del web?

Non abbiamo mai avuto e non vogliamo avere un atteggiamento nostalgico e passatista: riteniamo che oggi parlare di giochi e sport tradizionali – come dal 2003 li definisce l’Unesco – abbia ancora senso. Intanto perché esistono, seppur nelle parti residuali dei nostri territori, inoltre perché rispondono all’esigenza diffusa di instaurare dei contatti, delle relazioni che abbiano un valore sociale. 
Fin da piccoli ci abituano che il gioco – nella sua dimensione più forte – è sempre legato a qualcosa che devi acquistare. Fin da piccoli possediamo giochi fatti da altri ma, se ci pensiamo, possiamo giocare anche solo con la mente: il gioco è creatività, gesto motorio, capacità di adattarsi e di reinterpretare regole e modalità di azione. Il gioco è condivisione: è questo il suo vero aspetto contemporaneo. Quando per giocare si utilizzano spazi pubblici, si coinvolgono comunità, si creano momenti di condivisione e convivialità ecco che il gioco assume una dimensione sociale estremamente contemporanea divenendo uno strumento attraverso il quale narrare l’identità di un territorio, la sua storia.

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Strada del Gioco - Associazione Giochi Antichi 2009

A proposito di territorio, nel 2009 è stata inaugurata a Verona “La strada del gioco”. Come è nata questa iniziativa che potremmo quasi definire di “rigenerazione urbana”? 

La strada del gioco – volutamente non intestata solo alla lippa – è uno degli aspetti più interessanti e gratificanti della nostra Associazione. Nasce su richiesta dei cittadini di Borgo Venezia che sono andati autonomamente alla circoscrizione del quartiere per chiedere uno spazio legato al gioco. Si sono rivolti alla nostra Associazione semplicemente per un supporto e noi abbiamo accettato a condizione che la strada fosse intestata al gioco in generale e che il luogo non fosse recitato. Così, dal 2009, questa strada è divenuta luogo di incontro di giovani e anziani, donne e uomini, italiani e stranieri desiderosi di incontrarsi, di giocare, di vivere un’esperienza di relazione. 

Crediamo tantissimo in questa operazione perché è partita da un gruppo di cittadini attivi, tra cui vi ero anch’io, che sentivano l’urgenza, il bisogno, di questo spazio. Questa strada vive perché gli attivatori sono i cittadini, noi li abbiamo solo appoggiati.

Ma torniamo al festival. Tocatì ha concluso la sua 16°edizione a settembre: qual è il bilancio di questa ultima edizione?

Tocatì è un “laboratorio a cielo aperto”, è un “corpo vivo” e come tale è ricco di passi falsi, contraddizioni, grandi emozioni ed energie e momenti di difficoltà. Ciononostante ci sembra che il festival continui nel tentativo di scioccare e riflettere sulla dimensione del ludico e sui suoi effetti legati alla comunità. Per questo, in ogni edizione, coinvolgiamo sempre di più il pubblico in workshop, incontri e lectio legati alla valore pedagogico, antropologico e sociologico del gioco. Spesso ci dicono che Verona nei giorni del Tocatì è una città diversa: il centro storico, i suoi vicoli, le sue piazze ma anche gli spazi privati, cambiano anima divenendo il teatro di attività ludiche che dalle dieci del mattino vanno avanti fino a mezzanotte.

Quali nuovi orizzonti intravede per Tocatì e l’Associazione Giochi Antichi?  

Vorremmo continuare ad avere un’attitudine ludica sulla città. Verona è una città in gioco, una città che si ripensa: pur essendo apparentemente la stessa, è una città che con il gioco mostra punti di vista differenti. Pensiamo che la formula del festival sia un po’ consunta: vorremmo che Tocatì generasse delle ricadute prima e dopo, come è avvenuto con La strada del gioco grazie alla quale si è creata un’azione concreta nella politica cittadina.
C’è poi in atto una candidatura Unesco nel Registro delle Buone pratiche di salvaguardia del patrimonio immateriale. È una richiesta partita quasi due anni e mezzo fa che ci auspichiamo porti il festival a divenire una piattaforma internazionale attraverso la quale ripensare gli spazi in una dimensione ludica, per trasformare i nostri territori in luoghi di relazione in cui entrare in contatto con culture diverse, provenienti da tutto il mondo.

* La lippa, termine presumibilmente lombardo, è un antico gioco tradizionale dalle origini incerte ma sicuramente molto antiche (si pensa 233 a.C). 
Il gioco presuppone l’utilizzo di due bastoni: una mazza con la quale si percuote un fusello di legno, appuntito alle due estremità, detto lippa.
Colpendo una delle due punte della lippa posta sul terreno di gioco si fa schizzare verso l’alto e la si colpisce al volo in modo da allontanarla il più possibile. 
Metodologia e dimensioni degli attrezzi di gioco variano a seconda dei luoghi in cui è praticato, inserendosi completamente nella cultura del territorio. (fonte: Associazione Giochi Antichi )

Immagine in copertina: Caña de Maíz, Tocatì 2014. Foto di Barbara Rigon.
Immagini gentilmente concesse dall’Associazione Giochi Antichi. 

Sempre alla ricerca di storie che raccontino le relazioni umane, nel corso del suo dottorato in Management ha modo di indagare le dinamiche del trasferimento del saper fare tra i maestri d’arte e i giovani artigiani, entrando nelle aziende d’eccellenza italiane, dove si innamora del bello e del ben fatto, qualità tipicamente Made in Italy. Affascinata da questa capacità tutta italiana di produrre Bellezza, entra in Fondazione dove collabora allo sviluppo dei progetti e delle attività legate alla comunicazione.