Il futuro “leggero” dell’Italia

Futuro_leggero_italia
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«Come ti vedi da qui a venti anni?»: una domanda a cui gli adulti non sanno in genere rispondere. Certo, non siamo in grado di leggere il futuro in una sfera di cristallo, ma se dovessimo scommettere su cosa succederà, probabilmente saremmo assaliti dalla depressione. È sufficiente un ascolto, pur superficiale, dei telegiornali quotidiani per convincerci che il nostro pianeta corra gravi rischi di sopravvivenza; non parliamo poi della situazione contemporanea del nostro Paese, che genera infinite preoccupazioni, più o meno logiche.

Provate ora, però, a ripetere la stessa domanda a un bambino o ragazzo. Le risposte saranno stupefacenti: i più giovani possiedono capacità immaginative straordinarie. Ricordo che da bambino, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, non immaginavo di diventare un astronauta o un musicista, ma di aprire una cartoleria (passando alle scuole medie, questa risposta si trasformò in una versione leggermente più dotta: la cartolibreria). Ero tremendamente affascinato dai colori dei pastelli, dall’odore della carta di un quaderno nuovo. Mi vedevo già pronto a disporre file di penne e matite colorate in una grande parete piena di mensole di legno chiaro, intrattenendo i miei clienti con discorsi sull’arte e il disegno (il che era particolarmente curioso, date le mie pessime doti artistiche). Era un sogno a occhi aperti piuttosto modesto, non influenzato dal carrierismo con cui mi scontro nel mio lavoro reale, ma spalancava scenari di grande felicità.

Se da bambino mi avessero chiesto di immaginare la mia città o il mio Paese dopo dieci o venti anni, avrei risposto con eguale dose di creatività. Quella stessa creatività negli anni ha iniziato a far i conti con la realtà e con i telegiornali, ma non ho mai perso il ricordo delle matite colorate allineate sulla mensola di legno. Da adulto, nel mio lavoro di insegnante tra le scuole medie e l’università, a volte ho ritrovato quella scintilla nello sguardo di qualche studente, a cui ho chiesto “cosa succederà secondo te tra cinque o dieci anni?”: mi sembra un esercizio utile per ragionare su come vorremmo che diventasse il mondo e sul ruolo che noi possiamo giocare in questa partita.

Forse è questo il punto: quale ruolo vogliamo giocare noi per il futuro del nostro Paese? Se vogliamo opporre resistenza alle previsioni catastrofiche che aleggiano sulle nostre teste, a chi possiamo affidare le nostre speranze se non ai giovani che siamo chiamati a educare? E se le loro proposte ci appaiono bizzarre, a maggior ragione dovremmo ascoltarle. Naturalmente abbiamo il compito di guidare i giovani alla comprensione di ciò che accade intorno a noi, ma forse potremmo anche trarre spunto dalle loro idee apparentemente peregrine – del resto è questo il senso di un brainstorming, tecnica che anche nel mondo della scuola è sempre più spesso utilizzata.

Lasciamo che gli studenti immaginino il futuro dell’Italia con un tocco di leggerezza, e forse potremo anche noi adottare un atteggiamento un po’ meno cinico nei confronti della realtà. Per esempio potremmo scoprire che l’integrazione scolastica dei minori stranieri è percepita come un “problema” solo (o quasi) dagli adulti e che la speranza di avere un’Italia più accogliente e aperta cammina sulle gambe, corte ma forti, dei nostri studenti.

Il testo proposto è stato estratto dal Regolamento di Fotografi di Classe, concorso annuale promosso dall’Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia e sostenuto da De Agostini Scuola e Fondazione Italia Patria della Bellezza.
Per maggiori informazioni sull’iniziativa e sulle modalità di iscrizione, clicca qui.

Professore Associato presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, Marco Picone tiene numerosi corsi accademici e master universitari sul tema della geografia con particolare attenzione alla geografia sociale, urbana e regionale ed economica e politica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Transizioni post metropolitane. Declinazioni locali delle dinamiche posturbane in Sicilia” (Franco Angeli, 2018) e “Quartiere e identità. Per una rilettura del decentramento a Palermo” (Alinea).