Liliana Segre, una vita per la pace

Liliana con il suo papà Alberto Segre

C’è della Bellezza di cui parlare e di cui, nella nostra carrellata di personaggi, riteniamo sia importante parlare oggi. 

Su Liliana Segre crediamo sia stato scritto di tutto ormai, ma troviamo che la storia della Bellezza del nostro Paese, ancora di più in questo momento storico, non possa prescindere dal racconto di chi sia questo personaggio che da almeno metà della sua vita porta il suo messaggio di pace al mondo.
In questo nostro articolo abbiamo cercato, il più possibile, di lasciar parlare lei tramite tutti i libri che ha scritto che vengono qui citati in maniera libera.

Liliana con il suo papà Alberto Segre

Liliana Segre nasce a Milano il 10 Settembre 1930 in una famiglia ebraica laica “essere ebrea significava per me venire esonerata dall’ora di religione: mentre tutte le alunne restavano in classe, io e quattro o cinque compagne correvamo libere nel corridoio” “Non ricordo di aver mai sentito pronunciare la parola “ebreo” a scuola, né dalle allieve né dalle insegnanti. Del resto io stessa ne conoscevo a malapena il senso.” “La mia era una famiglia di ebrei laici, come lo era la maggior parte delle famiglie di ebrei italiani: non ci attenevamo alla Kasherut, in casa nostra si mangiava di tutto, e non frequentavamo mai la sinagoga.”
Nasce da Alberto Segre e Lucia Foligno che, ad appena ventisei anni, muore lasciando una bimba di pochi mesi. Da allora Liliana vive con il padre e i nonni paterni. “Mio nonno era un uomo di umili origini che dal niente aveva creato una ditta solida assicurando alla famiglia un discreto benessere”.

Verso la fine del 1938, all’età di 8 anni, viene espulsa da scuola, una delle molte restrizioni che gli ebrei subirono a seguito della firma delle leggi razziali. “Quando a un bambino si dice “sei stato espulso da scuola”, lui si convince di aver fatto qualcosa di sbagliato” ci volle “molta pazienza e infinita tenerezza” per farle capire che non era stata lei a fare qualcosa di male, semplicemente, era nata dalla parte sbagliata.
Allontanata da tutta la sua realtà e da tutti i suoi amici, a patto di essere battezzata può continuare a studiare in una scuola privata (molti anni dopo, ascoltando i suoi racconti, una suora illuminata chiederà scusa per l’imposizione del battesimo).
Fino a che l’avvento della nuova guerra non interrompe anche quegli studi.
La sua famiglia, il suo mondo, fatto del suo papà e dei suoi nonni si trasferisce a Inverigo.
Molte volte viene proposto alla sua famiglia di scappare. E solo quando il padre di Liliana riesce a mettere in salvo i nonni di cui si sente responsabile – facendosi firmare una dichiarazione attestante la loro condizione che, in quanto tale (età e condizioni psicofisiche, il nonno aveva il Parkinson) non li rende “in grado di nuocere al grande Reich tedesco” – avrà la forza necessaria per tentare la fuga in Svizzera.
La Svizzera non si rivela un paese ospitale, infatti, non accettando la loro condizione di rifugiati politici, li rimanderà indietro praticamente consegnandoli al regime fascista.

Vengono imprigionati prima a Varese, poi a San Donnino, Como, e infine a Milano nel carcere di San Vittore.
La mattina del 30 Gennaio 1944 una “lunga colonna silenziosa e dolente sfilò per i corridoi del carcere diretta al cortile” per essere trasportata alla loro nuova e terribile destinazione.
Attraversando “il raggio, i detenuti comuni si sporgevano dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti, ma soprattutto ci urlavano parole di incoraggiamento, di solidarietà e di benedizione.
Furono straordinari: uomini che provavano pietà per altri uomini condannati al macello solo per la colpa di essere nati.”
“Gli ultimi gesti di umanità che ci vennero donati. Poi iniziò l’orrore.”

“Sul treno io e papà eravamo stretti l’una all’altro. Papà non aveva più lacrime né parole, solo ogni tanto mi diceva, come in preda a un delirio, di perdonarlo per avermi messo al mondo.
Era consapevole che non poteva fare più niente per salvarmi e non riusciva a sopportarlo.
Io sapevo che era la disperazione a farlo parlare, così mi stringevo a lui cercando di dargli conforto.”

Il 6 Febbraio del 1944 il convoglio giunge ad Auschwitz “Nessuno aveva immaginato una cosa simile”.

Il padre di Liliana, separato dalla figlia il giorno dell’arrivo nel campo di concentramento, muore il 27 Aprile dello stesso anno. I nonni, “nonostante il documento che mio padre si era procurato con tanta fatica, vennero arrestati, interrogati, spogliati di tutto, deportati e uccisi appena arrivati ad Auschwitz”.

Cattiveria, dolore, fame, freddo.

“Quando entrai nel campo non facevo che piangere. Per oltre una settimana andai avanti così. Piangevo, piangevo, piangevo. Provavo una disperazione assoluta.”
“Non avevo più niente, niente. Neppure un fazzoletto per asciugare le lacrime. Non ci avevano lasciato niente. Solo il corpo, un corpo che piano piano diventava uno scheletro.”
“Era una realtà talmente spaventosa che quando mi resi conto che il campo era pieno di mucchi di cadaveri, di scheletri che camminavano come fantasmi, di persone in punizione per un nonnulla, di violenza gratuita che poteva scatenarsi per uno sguardo sbagliato o una parola sussurrata a un altro prigioniero… dentro di me, senza che ne fossi conscia, scattò qualcosa.
Il desiderio di sopravvivenza, fortissimo. Un desiderio selvaggio, primitivo, che era prima di tutto del mio corpo, che voleva farcela, che non voleva arrendersi. Non fu un ragionamento consapevole, ma un istinto di cui mi sono resa conto solo dopo, quando tutto era finito.
Però non sarebbe bastato.
Lì dentro non sarebbe bastato voler sopravvivere.”

“Un conto era il mio corpo – una gamba davanti all’altra a testa bassa – e un conto era il mio cervello che cercava di non essere lì.
Successe una cosa dentro di me senza che me ne rendessi conto: a un certo punto la mia mente cominciò a rifiutare di partecipare alle cose terribili che succedevano nel campo.” “Non lasciavo il mio cervello libero di registrare quello che accadeva intorno a me. Se avessi partecipato con il cuore alle sofferenze spaventose che vedevo ogni giorno, se mi fossi affezionata a qualche prigioniera che avrei potuto veder morire da un giorno all’altro, non ce l’avrei fatta a sopportare quei giorni, uno dopo l’altro.” “Ma c’era un pensiero che non mi abbandonava. Non potevo chiudere gli occhi e far finta che non esistesse come per la realtà che avevo intorno. Pensavo a papà. Dov’era? Cosa gli avevano fatto? Ormai conoscevo la vita del campo, sapevo con quanta facilità morivano le persone. Sapevo dei forni che mandavano fumo tutto il giorno. E se fosse morto? Se lo avessero mandato al gas? Non ce la facevo a sopportare anche solo il pensiero.”

Liliana non seppe mai che fine avesse fatto il padre fintanto che si trovava nei campi.
Una volta liberata “feci tante ricerche, ma non portarono a nulla. Io, dentro di me, conoscevo la verità. Sapevo che papà non poteva essere tornato da quell’inferno.”

“Verso la metà di gennaio del 1945 i nazisti fecero saltare in aria il lager. I russi si avvicinavano e loro dovevano fuggire. Distruggendo il campo di Auschwitz volevano cancellare le prove di quello che era successo lì dentro. Il mondo non doveva sapere. Ma Auschwitz venne distrutto solo in parte, non trovarono il tempo di completare l’opera. I prigionieri e le prigioniere vennero fatti evacuare in fretta. Cominciò la lunga marcia della morte.”
Li spostavano da un campo all’altro in marce che duravano giorni, settimane. Marciavano spesso di notte perché i nazisti non volevano far vedere ai civili tedeschi cosa stava succedendo.
“Ma qualcosa andò diversamente a Malchow. Americani e Russi erano più vicini di quello che gli aguzzini si aspettavano.”

Il 25 Aprile 1945 gli eserciti americano e russo si congiunsero. “A un certo punto vedemmo aprirsi i cancelli del campo. Pensavamo di dover ripartire per un’altra marcia della morte. Invece, a un tratto, vedemmo le guardie spogliarsi della divisa e mescolarsi a noi” “Noi, schiave, vedevamo i soldati che prima ci impartivano ordini di morte, morire di paura!” “In quei momenti concitati, accadde una cosa che ricorderò sempre. Il comandante del lager di Malchow, un assassino privo di umanità, gettò anche lui la pistola e indossò abiti civili. La pistola cadde sui miei piedi. L’istinto fu di prenderla e sparare, per vendetta, per giustizia.” “Ma di colpo capii che non avrei mai potuto farlo, che non avrei mai saputo ammazzare nessuno. Questo fu l’attimo straordinario che dimostrò la differenza tra me e il mio assassino.
E da quel preciso istante fui libera. Veramente libera, perché ebbi la certezza di non essere come lui, di essere un’altra cosa: era un’altra l’etica che avevo imparato dalla mia famiglia, l’etica del rispetto, una cultura di vita, non di morte.”

Il 1 Maggio erano liberi. “E adesso? Cosa faccio? Perché sì, sono libera, ma… dove vado? Avevo quattordici anni e mezzo e pesavo trentadue chili”. “Non mi restava nulla, nulla. Non mi restava nessuno.”
“Soffrivo di una solitudine che – nonostante quella ritrovata normalità – mi sembrava senza speranza” “Qualsiasi cosa mi dicessero mi suonava sbagliata” “Non mi chiesero molto della mia esperienza e presto capì che non c’era la volontà di ascoltarmi”. “Nel mondo che mi circondava sentivo che era impossibile parlare del lager. E mi imposi il silenzio.” “La gente voleva dimenticare la guerra”
“Ricordo un cliente brianzolo che disse a mio zio: “perché non compra un bel braccialetto a sua nipote? Così copre tutto..” “Ma io dissi di no. Loro rimasero stupiti, ma io non trovavo giusto nasconderlo, non volevo vergognarmi io del numero tatuato, ma chi lo aveva fatto.” “Ancora una volta, si interessavano a me nel modo sbagliato. E intanto ingrassavo” “Avevo un appetito che non aveva nulla a che vedere con la fame.”
“Dopo due anni dal ritorno alla normalità, ero già molto più civilizzata. Il mio umore, tuttavia, restava cupissimo e non di rado accarezzavo l’idea di morire.”
“La cosa che mi deprimeva di più era la sensazione che la lotta per la sopravvivenza che avevo affrontato fosse stata inutile. Un passo dopo l’altro, una sfinente marcia di resistenza con un’unica idea in testa (“Non morire!”), per poi ritrovarsi in una realtà così banale. Non riesco a trovare una parola più adatta, perché di fatto la mia quotidianità da libera cittadina mi sembrava del tutto vuota” “L’unica via di fuga era la scuola” “Studiai come una pazza perché dovevo affrontare in pochi mesi il programma di cinque anni: dalla prima media alla quinta ginnasio. Concentrarmi su quel progetto mi fu di grande, grande aiuto, perché per certi versi restituì senso alla mia vita.”
“Nell’estate del 1948 avvenne l’incontro che cambiò completamente la mia vita.”
“Io, che non mi ero mai interessata all’altro sesso ebbi un colpo di fulmine!”
“Alfredo ha avuto un ruolo molto importante, importantissimo nella mia vita. Mi ha sempre protetta, aiutata, seguita, senza mai minimizzare i miei stati d’animo e le mie paure.” “Prima di conoscerlo ero un essere informe, ero semplicemente una sopravvissuta, incapace di gioire del fatto d’essersi salvata e tormentata dall’idea del suicidio. Sono diventata una donna solo quando mi sono innamorata di lui.”
Nonostante le avessero detto che, a seguito della sua prigionia, avrebbe potuto non averne, ebbero tre figli: Alberto, Luciano e Federica.
“Quando nacque Alberto piansi per la prima volta dopo anni.” “per me quel bambino che portava il nome del mio papà aveva un significato speciale. Era un ritorno alla vita dopo tanta morte, un’occasione per veder “rinascere” mio padre.”
“Se non sono diventata matta, se non sono diventata una di quelle barbone che vagano per strada cariche di borse, è perché ho ricevuto tutto questo amore. Se non avessi avuto amore nella mia vita, sarei finita molto male”.
“Il mio corpo porta ancora i segni del lager” ma “La patologia che ebbe su di me l’impatto più devastante fu una forma molto grave di depressione che si manifestò più tardi nella mia vita, a quarantasei anni.” “Avevo continui attacchi di panico durante i quali credevo di morire, non mi reggevo in piedi, non mangiavo quasi niente e vomitavo quel poco che riuscivo a buttar giù. Ero uno zombie.” Allo psichiatra basò un’occhiata e cominciò a curarla “E pian piano guarii.”
“Ma durante gli anni della depressione, la consapevolezza di non aver fatto tutto quello che una sopravvissuta doveva fare si infranse su di me come un’onda altissima.” “Troppe volte, in nome di una bella finzione, si è banalizzato l’olocausto” “c’è un mondo che parla di cose che io ho visto con i miei occhi, e io non ho il coraggio di dire la mia? Ma io sono una testimone, ho una responsabilità diretta nel tramandare la mia storia”

“Non ho mai esposto la mia storia – in particolare davanti ai più giovani – con l’idea di creare divisioni. Ho sempre parlato in modo semplice, con un linguaggio piano e pacato, senza mai predicare l’odio, mai. Non intendo trasmettere un messaggio negativo ai ragazzi: di odio, di vendetta, di disperazione assoluta, perché sono il contrario della vita. Quel che conta per me è far passare un messaggio d’amore, di forza, di speranza.”

I libri dai quali abbiamo tratto questo articolo sono, in particolare, “La memoria rende liberi” che, più degli altro, consigliamo di leggere e “Fino a quando la mia stella brillerà”.
Tra la bibliografia ci sono anche “Scolpitelo nel vostro cuore” e “Il mare nero dell’indifferenza”.

Sono molti i libri che ha scritto, le testimonianze che ha portato. Li abbiamo letti tutti, per voi, per noi, perché possiamo continuare a portare avanti questo messaggio che, tra le righe del racconto di un momento tra i più difficili della storia dell’umanità, porta profonda bellezza.
Chi si mette a leggere a fini di studio e quindi osserva anche i piccoli angoli dei libri, nota una cosa sul retro del frontespizio che desideriamo segnalare. In piccolo, dopo le note delle pubblicazioni e in tutti i libri da lei scritti si legge:
“I proventi dei diritti d’autore di Liliana Segre verranno devoluti alla Onlus Opera San Francesco per i poveri”.
E’ importante questa piccola riga, importante perché ci dice non urlando, sussurrando, in piccolo carattere e solo a chi ha voglia di approfondire, che quello che questa donna fa non è per i soldi.
E il motivo per cui lo fa, quello vero, è scritto nel libro e vogliamo ripeterlo ancora: “Non intendo trasmettere un messaggio negativo ai ragazzi: di odio, di vendetta, di disperazione assoluta, perché sono il contrario della vita. Quel che conta per me è far passare un messaggio d’amore, di forza, di speranza.”

Quando leggi anche solo uno di quei libri ti rendi conto di una cosa: l’infinita grandezza di una persona che ancora oggi lotta e parla e scrive per diffondere la conoscenza.
Potrebbe lasciar perdere e invece sceglie di scrivere perché crede profondamente nel genere umano: “Spero che almeno uno di quelli che hanno ascoltato oggi questi ricordi di vita vissuta – ha detto in una sua testimonianza – li imprima nella sua memoria e li trasmetta agli altri, perché quando nessuna delle nostre voci si alzerà a dire “io c’ero” ci sia qualcuno che abbia raccolto questo messaggio di vita e faccia sì che 6 milioni di persone non siano morte invano, altrimenti tutto questo potrà avvenire nuovamente, in altre forme, con altri nomi, in altri luoghi, per altri motivi. Ma se ogni tanto qualcuno sarà candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sarà più forte del fanatismo e dell’odio“.