L’Italia di Artù

Dal 1997 la Cattedrale di Modena, la Torre Civica e Piazza Grande sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
In particolare il Duomo di Modena, dedicato a Santa Maria Assunta, è tra i maggiori monumenti della cultura romanica in Europa e già solo per questo motivo sarebbe degno di nota, ma andiamo ad indagare più a fondo..

Fu fondato il 9 giugno del 1099 in un momento in cui, incredibilmente, la sede vescovile era vacante: fu dunque la comunità cittadina in piena autonomia a volere una degna cattedrale come affermazione dei valori civici, culturali e religiosi che la animavano. In quel periodo, parallelamente ad un miglioramento economico e delle condizioni di vita, varie città in giro per l’Europa cominciavano a destinare sempre maggior denaro alle costruzioni architettoniche, in particolare alle chiese, e i cittadini di Modena desideravano averne una che potesse dare degna dimora alle spoglie dell’amato Vescovo Geminiano (312-397), Santo Patrono della città.
Lanfranco fu incaricato dell’architettura mentre le sculture vennero affidate a Wiligelmo (una delle prime firme della storia della scultura) che insieme crearono un modello fondamentale per la civiltà romanica. La consacrazione  del Duomo avvenne nel 1184.

Ma c’è qualcosa di questa cattedrale che ancora oggi è avvolto nel mistero e parliamo di un particolare iscritto su una delle porte di ingresso.

La porta è quella della Peschiera, così chiamata perché accanto c’era un banco per la vendita del pesce.
Era la porta dalla quale entravano le donne per andare a messa (qualcuno infatti la chiama anche porta delle Donzelle) e sembra che sia stata terminata poco dopo il 1100.
Sopra, sull’archivolto, ci sono immagini che di certo hanno qualcosa di particolare.
La raffigurazione, infatti, descrive l’assalto ad un castello fortificato entro il quale una donna è prigioniera. Fuori si anima l’attacco delle schiere avversarie: sei cavalieri armati sopraggiungono in direzione del castello. La superiorità numerica dei cavalieri rispetto alle tre figure maschili appartenenti al castello fortificato fa immaginare l’esito dello scontro.
Scorrendo tutte le iscrizioni sull’archivolto, pare proprio di vedere una scena di un mito ben noto ai giorni nostri.
Partendo da sinistra leggiamo: Isdernus, Artus de Bretani, Burmaltus, Winlogee, Mardoc, Carrado, Galvagin, Galvariun e Che. Trasponendo questi nomi nel linguaggio corrente potrebbero essere: Sir Ivano, Artù di Bretagna, Burmalt, Ginevra, Mardoc, Carados, Sir Galvano, Sir Galleron di Galway e Sir Kay, tutti personaggi della saga di re Artù!

Oggi tutti conoscono Artù e i cavalieri della tavola rotonda, e alla ricerca del Sacro Graal ha partecipato anche Indiana Jones, ma chi era re Artù all’epoca e come lo conoscevano a Modena?

Il fatto è che il primo libro che racconta il mito, l’Historia Regnum Britanniae, lo ha scritto un certo Geoffrey di Monmouth, un chierico inglese – quindi di parecchio lontano da Modena – in un periodo compreso tra il 1136 e il 1138 quindi anni dopo la costruzione della porta e ancora di più, diversi anni dopo di lui, è stato Chrétien de Troyes a narrare l’episodio dell’archivolto. Certamente entrambi qualche spunto lo hanno preso da storie gallesi di seicento anni precedenti, ma sembra davvero particolare che la prima rappresentazione su pietra – il mezzo che veniva usato per trasmettere un messaggio morale e religioso, che al popolo, per lo più analfabeta, sarebbe risultato altrimenti oscuro – sia proprio a Modena.
Merito dei bardi e dei menestrelli? O c’è qualcosa di più?

C’è un’altra curiosità Italica: anche nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto appare la figura di un certo Rex Arturus e così anche a Bari dove, sul Portale dei Leoni, dal quale si accede alla basilica di San Nicola, capeggia un bassorilievo che raffigura otto cavalieri che conquistano un castello in una rappresentazione simile al contemporaneo archivolto di Modena.
Qui, fatto ancora più curioso, si dice che tra le diverse reliquie che arricchiscono la basilica ce ne sia una appartenente a San Longino che, secondo la tradizione, sarebbe il centurione che colpì con la lancia il costato di Gesù in croce.
Pare che la reliquia sia giunta a Bari durante le crociate, ma la lancia di Longino è stata uno degli oggetti di culto più ricercati, come il Santo Graal, e si dice che proprio dal suo metallo sia stata forgiata Excalibur, la mitica spada di Re Artù.  Legame che ci riporta ancora al mitologico personaggio.

C’è anche chi sostiene che con il soprannome Artù venissero chiamati tutti i ricercatori del Santo Graal e, qualche altra teoria ancora, dice che questa magica coppa sia proprio a Bari e legge nelle iscrizioni misteriose contenute nella basilica dei chiari indizi.
Chiari o no, si tratta sicuramente di molti misteri che suscitano curiosità e interesse, ma nessuna certezza confermata.

I meno inclini al mistero, collegano la ricchezza dei legami familiari e politici della grancontessa Matilde di Canossa e dei sovrani di Sicilia al movimento del flusso di informazioni dalla Bretagna a Modena e nel Sud Italia, infatti le storie venivano raccontate alle corti attraverso i bardi e i cantori che allietavano i lunghi pranzi nobiliari; e vedono nella scultura un’allegoria della conquista di Gerusalemme, dove Ginevra è Gerusalemme e Artù, con i suoi cavalieri, sono Goffredo di Buglione, nipote della contessa, e i Crociati. Proprio in concomitanza con la fondazione del Duomo, infatti, i Crociati erano giunti alle porte di Gerusalemme.

Qualunque sia l’interpretazione, anche se non si trattasse di un mistero, ma della  semplice rappresentazione contemporanea di una leggenda nota al tempo, fa sorridere pensare che, di tutti i paesi dove per prossimità geografica la leggenda era ben più nota, sia ancora una volta proprio l’Italia a contenere questo tesoro, uno dei tanti racchiusi nel nostro prezioso stivale.